Napoli. Megalopoli tra orgoglio e rancore da Goethe a oggi dà identità all’Italia. Rifiuti spariti (li mandano in Olanda). E il welfare? Appaltato alla malavita

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Napoli si è ribellata e si è inorgoglita. Si è ribellata al Pd e al Pdl, a Bassolino e a Berlusconi, affidandosi a un magistrato fascinoso e controverso. E ha ritrovato un orgoglio che può prendere accenti rancorosi, come il risentimento verso il Nord «invasore e colonizzatore», embrione di una Lega Sud prossima ventura; ma può prendere anche direzioni costruttive. Se la colpa dei mali di Napoli è altrove, Napoli non può farci nulla. Ma a un numero crescente di napoletani la loro città, cosi com’era diventata, non va più bene. La amano molto, ma proprio per questo cominciano a cambiarla, partendo dai rifiuti, che non sono più per strada: non si potranno mandare per sempre in Olanda, ma intanto lo scandalo più nero è servito a scuotere la coscienza della città. Inorgoglita per due altri motivi: l’uomo che sta salvando l’Italia, profondamente napoletano, fin dal nome; e una squadra di calcio passata dalla serie C alla Champions, dove batte squadre di sceicchi e oligarchi.

Allo stadio San Paolo
L’estate in cui Aurelio De Laurentiis comprò il Napoli, mancavano pure i palloni e le maglie per gli allenamenti: il capitano Francesco Montervino andò a comprarli in un negozio di articoli sportivi a Paestum. Era il 2004, e il Napoli giocava con il Sora e la Vis Pesaro. Martedì scorso, eliminato il Manchester City, toccava al Chelsea.

I primi tifosi a entrare al San Paolo vi trovano trecento persone infreddolite avvolte nel sacco a pelo. Sono lì dalla notte prima. Lo stadio è presidiato per ordine del presidente, da quando si scoprì che un impiegato del Comune vi nascondeva una santabarbara. Lo spettacolo della curva B è impressionante, gli striscioni dei Napoli Club ricordano che questa non è una città ma, con Milano, l’unica megalopoli italiana, che va da Pozzuoli a Castellammare passando per Casoria, Pomigliano, Giugliano, Torre del Greco, Afragola, e spinge la sua influenza nel Lazio a Terracina, in Molise a Isernia, in Puglia a Foggia, in Basilicata a Potenza, in Calabria a Cosenza, in Abruzzo ad Avezzano: insomma, il vecchio Regno, Sicilia esclusa. Ai cancelli non si sente una parola in italiano, parlano tutti dialetto. Per il resto pare di essere a Wembley: erba verde, pioggia sottile, atmosfera solenne; chi si alza in piedi sui sedili viene ripreso dagli steward, «prego assettatevi», e proprio non si vedono i boss che entrerebbero mostrando non il biglietto ma la pistola. In realtà la pressione della violenza, forse anche della camorra sul calcio esiste, l’ha testimoniato l’inchiesta del pm Melillo che ha incriminato gli undici picchiatori dei «Bronx», drappello avanzato di una tifoseria in guerra con gli ultras del Nord: odiatissimi i veronesi, detestati i milanesi e ora anche i romani, amici solo genoani e catanesi.

Allo stadio si vede male, la pista d’atletica allontana il campo e infatti si parla di spostarlo, per il sollievo degli abitanti di Fuorigrotta e per la preoccupazione dei tifosi della tribuna: «Se lo fanno a Ponticelli, a inizio partita nel parcheggio ci stanno ventimila macchine, alla fine ne restano diecimila». La tribuna autorità non è meno colorata della curva B. Avvocati e primari elegantissimi con vestiti di sartoria – «domani la porto dal mio sarto, ai Quartieri Spagnoli: una giacca 150 euro» e il foulard nel taschino, ed energumeni con berrettino biancazzurro e sciarpa «Napoli-Chelsea io c’ero». Accolte da invocazioni le stelle locali: Gigi D’Alessio – «Giggi aviv’a vincere tu Sanremo!» -, Biagio Izzo l’attore che fa il napoletano nei cinepanettoni, il sindaco de Magistris che scatta foto coi tifosi; ma il più acclamato è Lapo Elkann, la cui popolarità a Napoli è impressionante. Al fischio d’inizio, per ultimo come le spose, arriva direttamente dagli spogliatoi De Laurentiis, «’o presidente», napoletano di ritorno, nato a Roma ma sudista d’elezione.

La partita riesce spettacolare, nell’intervallo si ascolta «Tu vuo’ fa’ l’americano» in versione rock, alla fine curve e tribuna cantano insieme ’O surdato ‘nnammurato Oje vita, oje vita mia… -, l’allenatore sconfitto Villas Boas dichiara: «Avevamo contro lo spirito di una città, e contro una città non si può vincere». All’uscita tutti si protendono a toccare De Laurentiis ed Elkann: «Lapo vuje purtat bbuono, Lapo vuje avit’a turna’ per i quarti ’e finale!».

Notte sulla volante
Puoi spegnere la sirena, i lampeggianti, anche i fari. Ma appena l’auto della polizia si affaccia, si sentono le grida: «Mariaaa! Mariaaa!». Non sono richiami d’amore. È la vedetta che avverte gli spacciatori. L’assistente Giuseppe Esposito, alla guida della volante Alfa05, e il commissario capo Lorenzo Gentile indicano il muro di lamiera tra le case, dietro cui la vedetta è appostata. In un attimo non c’è più nessuno. Tranne sei ragazzi. Sanno che la polizia non può far loro nulla. E sono talmente persi nel loro viaggio verso il nulla che non si muovono neppure. Uno si guarda il collo nello specchietto di un furgone, alla ricerca della vena giusta.

A guardare la situazione economica e quella criminale, non è che i motivi di orgoglio siano tanti. Racconta il questore Luigi Merolla che, quand’era ragazzo, nella sua Bagnoli la criminalità non esisteva: lavoravano tutti all’Italsider. Ora della fabbrica sono rimaste mura sinistre e una spiaggia di detriti; e ci si deve arrangiare. Con un impiego pubblico: Napoli tra Comune, Provincia, Regione ha più dipendenti dell’Unione Europea. Con una bottega artigiana: l’antica economia dei bassi si è riprodotta a Secondigliano, ovunque laboratori che fanno abiti da sposa, cioccolato, borse, scarpe, ovunque insegne sgargianti di centri massaggi, «compro oro», negozi di uccelli esotici e centri per l’abbronzatura che si chiamano «Tropicana» e «Inferno giallo». Non mancano certo le storie di imprenditori di successo, anche se molti se ne vanno altrove: Luciano Cimmino della Yamamay a Gallarate, l’armatore Gianluigi Aponte della Msc in Svizzera. Ma, dopo la burocrazia, la prima fonte di manodopera e di welfare è la malavita. Spiega l’ex procuratore capo Giandomenico Lepore incontrato nelle scuderie di Palazzo Sansevero mentre compra un Pulcinella dell’artista Lello Esposito che i capi storici della camorra sono tutti morti o in galera, anche se qualcuno continua a comandare da Poggioreale. Contro il racket e l’usura si è fatto molto. «Il vero carburante delle mafie è la droga». La situazione, aggiunge il questore, in teoria è pessima; in realtà quel che c’era da perdere è già stato perso, quel che c’era da rubare, rubato. Scippi e rapine in periferia sono rari; i delinquenti colpiscono al Vomero o in centro: metà Napoli rapina l’altra metà.

Merolla guida una macchina da 4.300 poliziotti. La questura di Napoli è da sempre una punta d’eccellenza, questori di Napoli sono stati l’attuale capo della polizia Manganelli e un personaggio leggendario come Arnaldo La Barbera. Anche Merolla è un personaggio: molto amato dai suoi uomini, melomane habitué del San Carlo, il teatro con la migliore acustica al mondo -, gastronomo — il maître di Ciro a Santa Brigida gli propone a colpo sicuro il sartù appena sfornato —, spiega che i dati della criminalità sono in miglioramento. Il 1982, l’anno dei 200 omicidi, è lontano. Ancora nel 2006 ci furono 14 mila rapine. Ora sono 8 mila. Le altre si fanno altrove: «Napoli è una Tortuga che esporta rapinatori». La microcriminalità è più diffusa che a Palermo: la mafia stabilizza, la camorra destabilizza. Moltissimi i reati non denunciati, in particolare furti d’auto, che il derubato spera di riavere pagando al ladro il 10% del valore.

Non è una notte di sparatorie, sono anni che i camorristi non sparano ai poliziotti, «sanno che sarebbero spazzati via» dicono loro con orgoglio. È una notte in cui però si sente il respiro e il dolore di una grande città. È morta una bambina cingalese di 4 mesi, bisogna verificare che non sia stata uccisa dai genitori, ma il loro strazio dice tutto, non ci sono segni di strangolamento, è stato un rigurgito. A una ragazza hanno strappato l’I-phone di mano, in corso Umberto. In piazza Mercato tre marocchini sono sorpresi mentre caricano su un furgone nove ruote rubate, vengono interrogati e portati via. Si va sui luoghi dello spaccio. In via Tertulliano a Soccavo, dove si allenava il Napoli di Maradona. Poi alle Vele, ormai semideserte, abitate abusivamente dalle ultime famiglie. Le loro gemelle di Nizza sono condomini di lusso; queste saranno abbattute, due sono già sparite, ne resterà soltanto una, in memoria di un esperimento fallito. L’assistente Esposito è in servizio da 14 anni, Gentile è appena arrivato da Roma per amore ed è contento, dice che i napoletani sono più gentili, la moglie incinta non riesce a fare un passo senza che i vicini la riempiano di premure. I commissari sono tutti laureati, parlano come giuristi, dicono «porre in essere» e «fattispecie di reato». «La gente sostiene che non facciamo nulla contro lo spaccio, ma non è vero. Meglio di noi possono lavorare quelli della Mobile, che non portano la divisa. Ma per filmare gli spacciatori ci vuole tempo. Poi devi rivolgerti al pm, che deve avere l’autorizzazione del gip. Capita di aspettare un anno per un mandato d’arresto». Dal carcere lo spacciatore uscirà molto prima.

Ci avviciniamo al ragazzo che si droga davanti allo specchietto del furgone. Avrà trent’anni, ma ha un volto da vecchina. Indossa i pantaloni della tuta e un giubbotto con il cappuccio, attorno alla gamba destra ha un ferro che sostiene una frattura mai guarita. È buio, tira vento, la prima sensazione è di paura e impotenza, poi in un attimo pensi che potrebbe essere tuo figlio o tuo fratello e ti prende una pena infinita, vorresti abbracciarlo e portarlo via; ma lui ha uno scatto, in mano ha una siringa piena di sangue, i poliziotti devono aver avuto l’ordine di evitare rischi inutili, ci portano a prendere un caffè in uno dei bar di Scampia aperti la notte; ma anche il commissario capo Gentile e l’assistente Esposito hanno cambiato umore, non sono ancora diventati cinici, si sentono impotenti, non rassegnati.

Negli ospedali e tra i vicoli

Lo scandalo dei malati in barella a Napoli non ha indignato più di tanto. Al Cardarelli il «reparto barelle» esiste da tempo e resterà almeno per tre mesi. Secondo piano del padiglione C, ex reparto di oncologia. Decine di barelle, sia pure su ruote e con un materasso più spesso di quelle delle ambulanze. Altre sono nei corridoi dell’Osservazione breve intensiva e del Dea, Dipartimento emergenza accettazione. Scene consuete in molti ospedali italiani. Colpisce però l’incredibile numero di parenti, distesi sui materassini, accampati con biscotti e bottiglioni di aranciata: le guardie provano a mandare via qualcuno, ma dopo un po’ tornano, accolti con sollievo dai ricoverati. A Napoli nessuno o quasi muore da solo. Chi dispone di un comodino ha portato i libri da casa. Grisham e Faletti, naturalmente. Ma anche testi di storia e filosofia. Si riflette, ci si prepara a tornare alla vita o ad affrontare l’ignoto. Vista anche una copia di Borges: «Altre inquisizioni».

Pure nei Quartieri Spagnoli c’è un ospedale, la Confraternita dei Pellegrini. «Ti mando ai Pellegrini», detto nei vicoli, è una minaccia grave. «Ti faccio scolare» è una minaccia di morte, i cadaveri attendevano a lungo prima di essere inumati nella terra santa di Gerusalemme. La compenetrazione tra vita e morte è continua, mai viste tante mummie e tanti teschi come nelle chiese di Napoli. Quando c’erano i confratelli, fino a trent’anni fa, i posti letto erano 400. Ora comanda la Regione e sono 99, più qualche decina di barelle: cinque nel corridoio di cardiologia, tre in quello di chirurgia generale; è l’ora di pranzo, i malati mangiano dentro scatole di alluminio, distesi sul fianco come su un triclinio.

Qualche metro più in giù, Spaccanapoli, con la casa di Benedetto Croce. Quando il filosofo morì, il 20 novembre 1952, Orio Vergani annotò in un memorabile articolo che le prime firme sul registro erano quelle incerte degli abitanti dei bassi. Quando fu sepolto Mario Merola, il 14 novembre 2006, Giuseppe D’Avanzo denunciò l’omaggio reso da Bassolino e Russo Iervolino alla «napoletaneria»: «La Napoli plebea e ormai culturalmente egemone si è come aggrappata alle spoglie di Merola per trovare ragione di se stessa, e la volontà di ripetere ancora in faccia a tutto il mondo e a tutti i napoletani spaventati: questa è Napoli e Napoli siamo noi». Oggi la città vive una fase paragonabile al ’93, quando era crollato il sistema Dc dei Cirino Pomicino – tutt’ora presidente della Tangenziale – e le illusioni del bassolinismo erano intere. Anche adesso c’è un nuovo sindaco, ma i denari pubblici sono finiti, anzi il Comune fatica a trovare i soldi per gli stipendi, anche se spende per ospitare l’America’s Cup. Però c’è un fervore di giovani, di volontari, di associazioni dai nomi immaginifici – Friarielli Ribelli, Fuorigrotta Moving, La Paranza – che riaprono il tunnel borbonico, gestiscono le catacombe, piantano fiori e piante. Ci sono soprattutto sempre più napoletani che non si rassegnano alla crisi, alla camorra, al degrado. Ci sono persino più motociclisti con il casco. I cantieri della metro sembrano eterni, ma ogni tanto partoriscono una stazione capolavoro dell’arte contemporanea, ieri piazza Dante, oggi piazza Borsa.

Croce amava citare un’antica definizione di Napoli: «Un paradiso abitato da diavoli». Di questa città oggi si potrebbe ripetere quel che disse Umberto Eco di Torino: «Senza l’Italia Napoli sarebbe più o meno la stessa; ma senza Napoli l’Italia non ci sarebbe». Se Torino ha fatto l’Italia a San Martino e a Mirafiori, con il Risorgimento e con l’industria, Napoli all’Italia ha dato un’identità. All’estero pensano il nostro Paese come un’immensa Napoli, il sole il mare la pizza gli spaghetti. Noi possiamo pensare a Totò, a Eduardo, a Di Giacomo, a Mimmo Paladino. Il principe di San Severo, quello del Cristo velato e degli esperimenti alchemici, ha lasciato scritto che «non è data all’umana debolezza l’esistenza di grandi virtù senza grandi vizi». A Napoli le virtù e i vizi d’Italia sono elevati a potenza. Come aveva intuito Goethe, «dov’è più forte la luce, l’ombra è più nera».

di Aldo CazzulloCorriere della Sera del 27 febbraio 2012

17 risposte a "Napoli. Megalopoli tra orgoglio e rancore da Goethe a oggi dà identità all’Italia. Rifiuti spariti (li mandano in Olanda). E il welfare? Appaltato alla malavita"

  1. Adelchi Simeone scrive:

    Complimenti per il bell’articolo su Napoli.
    La definizione della città riferita nel finale si legge nel “viaggio in Italia” di Goethe.
    E’ gradito un cortese cenno di riscontro.

    Cordiali saluti.

  2. Napoli divisa tra napoletani e nati a Napoli !

  3. Ernesto de Dominicis scrive:

    Grazie per la cronaca impietosa ma corretta e “densa”.
    Una sola domanda: ma non è desolante che una comunità,
    che più che aver dato potrebbe dare tanto al Paese.
    appenda il proprio destino ad una partita di calcio ?

    Un cordiale saluto,
    Ernesto de Dominicis
    Napoli

  4. luigi lamberti scrive:

    Caro Cazzullo,
    trovo il suo breve reportage su Napoli molto valido e soprattutto necessario da quando non c’è più Giorgio Bocca. Mi piacerebbe che Lei, pur rimanendo negli ambiti più ambizosi e crudi della critica, non si sentisse perciò autorizzato a sparare a zero come spesso e volentieri faceva il Suo illustre predecessore e conterraneo; che, intitolando un suo libro “Napoli siamo noi”, faceva la prima gaffe: dal momento che si dice così di qualcosa che ci è totalmente estraneo e che dobbiamo eticamente far nostro. Napoli, come ha giustamente chiarito Lei, “dà identità al’Italia” come Torino e, come Milano, è una megalopoli le cui periferie arrivano fino in Puglia, Calabria e Lazio. Dunque,al contrario di come si autodefiniva Bocca, Napoli è “arcitaliana” nonostante le centinaia di eccezioni: che io, da par mio, ho provato ad elencare, in un migliaio di voci, quali potrebbero essere gli attuali problemi, ma anche le più importanti risorse della città e della Campania più in generale.

  5. davide scrive:

    grazie di essere andato oltre il “facile a vedersi e giudicarsi”. grazie

  6. carmen scrive:

    che spettacolo è quello di Servillo che si vede nel video? grazie

  7. Renato Golia scrive:

    bellissimo articolo. da un napoletano emigrato in svezia

  8. Lapid scrive:

    «Senza l’Italia Napoli sarebbe più o meno la stessa; ma senza Napoli l’Italia non ci sarebbe»

    La solita retorica stanca, a cui nessuno crede più. Erano chiusi i commenti sul Repubblica, peccato altrimenti sarebbe arrivato un vento di realtà.

    “A Napoli le virtù e i vizi d’Italia sono elevati a potenza.”

    Questo era vero, verissimo ai tempi di Totò. Sono passati più di 40 anni dalla sua morte, non dai suoi grandi successi, da quelli sono passati più di 50 anni. Sarà l’ora di rendersi conto della realtà e che siamo nel 2012.

  9. Carlo scrive:

    Egregio Sig. Cazzullo,
    non commento l’articolo, che non ho ancora letto, ma il videosevizio pubblicato sul corriere.it di oggi.
    Intervistare Nino D’Angelo sui temi del neomeridionalismo non vedo quale contributo possa dare alla comprensione del fenomeno.
    Vorrei, però, soffermarmi su Demarco, il quale denuncia il tentativo dei movimenti neomeridionalisti di crearsi alibi per il sottosviluppo del Sud.
    Ebbene, per rendersi conto di quanto Demarco sia poco informato basterebbe dare uno sguardo a qualcuno dei siti web neomeridionalisti, per capire che un comune denominatore di tutti è proprio la continua denuncia di una classe dirigente del Sud mediamente incapace (nella migliore delle ipotesi), supportata e perpetuata dal sistema di potere centrale.
    Sul neomeridionalismo e sulle sue ragioni mi piacerebbe assistere ad un dibattito franco sui temi veri e non sulle opinioni o sui sentimenti più o meno demagogicamente fomentati.
    Come è stata realizzata l’unità? Con una conquista oppure con una decisione consensuale delle popolazioni? E’ vero che 150 anni fa tra Nord e Sud non c’era divario dal punto di vista socio-economico? Perché lo Stato al Sud offre servizi qualitativamente molto scarsi, a cominciare dalla sicurezza e dalla giustizia, fondamenti essenziali di qualsiasi società civile? E’ vero che le mafie hanno iniziato a “contrattare” con lo Stato a partire dall’unità d’Italia (spedizione dei mille, Liborio Romano, ecc.)? I morti non saranno forse stati milioni, come critica Villari, ma gli eventi tragici di Pontelandolfo e Casalduni sono veri o sono invenzioni? E’ vero che lo Stato al Sud le risorse le investe poco in infrastrutture e molto in “regalie” che rovinano il tessuto economico e sociale e riducono le popolazioni a sudditi corrotti con denaro e favori?
    Vorrei che si discutesse di argomenti come questi in modo libero da pregiudizi e da preconcetti. Quale che sia l’esito del confronto, sono sicuro che il dialogo eviterebbe la radicalizzazione delle posizioni a cui invece stiamo assistendo e con cui tra non molto credo che dovremo fare i conti.
    Nascondere la polvere sotto al tappeto non è mai stata una buona idea.
    Cordiali saluti.

  10. CESARE scrive:

    GRAZIE SIG ALDO X QUESTO ARTICOLO BELLISSIMO

  11. Pierpaolo scrive:

    Napoli, i suoi mille scorci da cartolina, il suo ventre pulsante, la sua lingua che ha ispirato mille canzoni è una poesia, un luogo dell’anima.
    La sua storia è ricca di contraddizioni, è l’unica città italiana che ha fatto una rivoluzione giacobina e si è liberata da soli dai nazisti, ma sopporta il cancro della camorra. Ha subito tante dominazioni straniere, più o meno, predatorie.
    I Borbone l’hanno governata tra luci e ombre lasciando reggie, castelli, il real albergo dei poveri, ecc.; dopo l’unità d’Italia ha assunto un ruolo sempre più marginale nello sviluppo del paese.
    Quanto al suo popolo, per rimanere in un aneddoto calcistico, nel 1990 molti si scandalizzarono del fatto che durante la semifinale Italia – Argentina i napoletani furono divisi tra il tifo per l’Italia e quello per l’Argentina del loro eroe Maradona, ma chi nasce a Napoli, ovunque sia, rimane sempre prima napoletano e poi, anche, italiano.
    Anche perchè, appena lasci Napoli ti senti fare il più antipatico dei complimenti: “lo sai che non sembri napoletano ?!”

  12. Carlo scrive:

    Il mio commento di ieri sera non è stato pubblicato.
    Poiché non mi sembra che contenesse ingiurie o frasi compromettenti, nè idee completamente strampalate e fuori tema, devo dedurre che il motivo per cui non lo avete pubblicato sia solo perché ho espresso idee non allineate con le vostre.
    Saluti, un po’ meno cordiali di ieri sera.

  13. Maria Dilucia scrive:

    Grazie delle parole sullo strazio di tante ragazzi stuprati dalla droga!
    È inspiegabile l’assordante silenzio che circonda questo inferno sulla terra.
    Maria Dilucia
    Le invio una mia disperata poesia perché non riesco a restare indifferente

    UOMINI MALEDETTI

    A voi bestie immonde
    A voi meritevoli di ogni male possibile
    A voi che avete guadagnato l’inferno 1000 e 1000 volte
    A voi uomini con anima inesistente e cuore putrido
    A voi che avete fatto carne marcia dei figli nostri ma dei anche vostri
    A voi che iene e coiote avrebbero rifiutato di partorire
    A voi che vostra madre avrebbe voluto abortire
    E che non passa giorno senza maledire
    A voi che non avete esitato ad avvelenare il sangue
    Di tante giovani vite
    A voi che avete creato mercati criminali
    A voi chiedo perché?
    Per soldi e macchine potenti?
    Forse perché siete uomini impotenti?
    Forse per nascondere la vostra inferiorità?
    La vostra nullità?
    La vostra incapacità?
    Donne Uomini e Giusti
    Fate quello che Dio non fa
    Regalategli le stesse pene delle loro vittime.
    Mille e mille volte
    Anzi ancor di più:
    Mille volte per ogni vita che hanno avvelenato
    Devono pagare.
    Donne e Uomini Giusti
    Fate quello che da tempo
    Avreste dovuto fare,
    Se la vigliaccheria non v’ha corrotto,
    Senza coraggio, senza dignità
    Non siete Uomini ma pecore
    Figli e padri di conigli!
    Per anni avete assistito in silenzio
    Avete permesso a questi uomini
    Nati in corpi di uomini ma bestie.
    Di portare nelle nostre case la peste
    Di avvelenare il nostro sangue.
    Sappiate che anche le loro madri
    Lo farebbero e volentieri se potessero!
    Sappiate che se non fossero ciechi
    Si ucciderebbero da sé!
    Uomini e Donne Giusti fate il giusto
    In silenzio ma fatelo.
    Avete tanti modi per farlo!
    Perché comprendano
    Almeno un po’ di quel male
    che hanno seminato in questo mondo.
    Che i poeti armino i loro versi
    Che il disprezzo li attorni come gabbie
    Che il ribrezzo li lasci soli!
    Uomini e Donne Giusti cercate e trovate i modi
    Dovete, avete l’obbligo.
    Se non lo fate continueranno ad avvelenare
    Noi e la nostra carne con altri disgraziati mercati
    Uomini e Donne Giusti
    Fate oggi quello che ieri non avete fatto
    Non avete scusa alcuna
    Forse ieri non avevate compreso
    Ma oggi sapete
    Sapete bene cosa hanno fatto
    Sapete bene cosa sono capaci di fare
    A voi tocca correggere
    Questo errore della natura.

  14. Marco scrive:

    Ho letto il tuo articolo è bello crudo,descrive la realtà,complimenti….non è come gli articoli di roberto saviano che dal mio punto di vista ha scritto tante ma tante str…… ,diciamo fandonie…..leggendo le tue righe mi sono ritrovato immerso nella realtà….io sono una vittima di scampia….sono purtroppo tossicodipendente e vivo questa realtà tutti i giorni….l’unica cosa che posso dirti è che è lo stato che lo vuole,è lo stato che non fa niente,è lo stato che mangia insieme alla camorra…e le forze dell’ordine fanno una retata ogni 10 anni giusto per far vedere che è presente…in realtà non fa nulla e se la prende con noi poveri tossicodipendenti..vittime 2 volte ,la prima volta della droga e della camorra,la seconda delle forze dell’ordine….

  15. luigi punzo scrive:

    Grazie!

  16. Fausta scrive:

    Scusi Cazzullo, quando metterà la pagina su Parma nel suo blog? Vorrei raccontarle alcune cose. Grazie

  17. Ciro scrive:

    Caro Aldo
    Grazie mille per il tuo articolo. Credo che da tempo non leggevo un ritratto cosí vero e bello della mia cittá. Sono uno di quei napoletani che, come commenti, “non si rassegnano alla crisi, alla camorra, al degrado”. E non potrei essere cosí d’accordo con te. Napoli è una città così diversa eppure così uguale a tutto il resto del paese. La vedi lì seduta in mezzo a tutte le sue contraddizioni che sono la somma delle contraddizioni delle altre città italiane. Napoli è come ua materia informe. Una vastità molteplice nella quale ritrovi i tratti salienti di Milano, Roma, Firenze e Bologna. Dell’Italia intera. A Napoli tutto il bene e il male di queste città trovano espressione nella loro forma più estrema.

    Grazie mille

    Un saluto

    Ciro

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